Riflessione

Gli affetti addomesticano il mondo

Spiritualità coniugale e familiare

Riflessione di don Enzo Bottacini alla conclusione della XXVI Settimana Nazionale di Studi sulla Spiritualità Coniugale e Familiare che si è svolta a Verona dal 30 aprile al 3 maggio

Addomesticare il mondo attraverso gli affetti e le relazioni. Questa è la sfida che l’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia quest’anno ha lanciato a tutti i responsabili diocesani d’Italia nella XXVI Settimana di studi sulla spiritualità coniugale e familiare. La nostra diocesi di Verona ha avuto l’onore e l’onere di ospitare questa bella esperienza di Chiesa presso il Centro Mons. Carraro, essendo stato scelto il Triveneto come territorio ospitante. La preparazione a questo evento ha visto la compartecipazione di tutte le diocesi del Triveneto e ha contribuito a consolidare la collaborazione tra i vari uffici di pastorale familiare nella suddivisione e organizzazione dei vari momenti della Settimana.

Il Cardinale Matteo Zuppi ha dato inizio ai lavori precisando che il termine addomesticare significa far diventare la Chiesa una famiglia, perché la Chiesa possa aiutare le famiglie a fare e ad essere casa. Per addomesticare occorre qualche volta essere a casa, ma allo stesso tempo trasformare il mondo perché ciascuno si senta a casa. Addomesticarsi a vicenda nelle relazioni crea poi le condizioni perché ciascuno trovi nell’altro sé stesso; vivere dei legami in cui sentiamo il bisogno l’uno dell’altro. I nostri figli più giovani sembrano dirci: “addomesticami così saprò di essere importante per qualcuno, saprò di essere visto, saprò di essere amato”.

In un mondo in cui cresce la desertificazione spirituale (un terzo delle famiglie è composto da una sola persona) non possiamo ridurre tutto alle istruzioni per l’uso. Occorre ritrovare il gusto, la bellezza che rende attraente la famiglia come luogo di scambio tra generi e generazioni. Papa Francesco suggeriva di fare come Orfeo: fare un canto meglio delle sirene. La nostra missione è testimoniare che fare famiglia è meglio che vivere da “dissoluti”, cioè da sciolti senza nessun legame. Il nostro impegno è farci casa per tutti attraverso una paternità e maternità che si addomesticano a vicenda, senza lasciarsi ammaestrare dall’intelligenza artificiale che vorrebbe indirizzare i nostri desideri e le nostre scelte. Fare casa significa poi vivere la misericordia, agire con il cuore, capire la realtà senza medicalizzarla. In un mondo “inselvatichito” abbiamo bisogno di umanità e misericordia per addomesticare il mondo attraverso l’amore. Per guarire le nostre malattie non occorre soltanto la medicina, ma l’amore che muove le nostre relazioni e le rende più umane e vere.

Ma cosa vuol dire più umane? Cosa è umano oggi? A questa domanda ha cercato di rispondere il Prof. Maurizio Girolami, Preside della facoltà Teologica del Triveneto. Partendo da una frase pronunciata da Pio XII, ancora molto attuale, egli ha descritto il compito della famiglia oggi: “trasformare il mondo da selvatico ad umano”. In un mondo sempre più violento addomesticare non significa plasmare a nostro piacimento attraverso uno spirito disincarnato, ma “abitare il selvatico” come Gesù nel deserto “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano”. Come la terra ci è stata data per essere abitata e custodita così è la nostra umanità: ci chiede di essere abitata come l’ha abitata il Signore. Nell’incarnazione Gesù ha portato il divino e ha abitato il selvatico. Nell’abitare questo mondo Gesù si è definito figlio dell’uomo e sposo. In particolare, la sua sponsalità l’ha vissuta negli affetti e nelle relazioni. Ad esempio ricordiamo l’incontro con la samaritana, l’adultera, la Maddalena, sotto la croce. Sono tutti incontri che potremmo definire “domestici”. Infatti prima di giudicare Gesù si presenta come sposo per collocarsi nell’orizzonte delle relazioni e degli affetti. A tal proposito Benedetto XVI in Deus caritas est affermava che: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna» (Gv 3,16)”. Gesù non ha voluto abitare il mondo se non nella debolezza perché l’amore si manifestasse nella sua carne. Nella sua umanità vissuta Gesù inaugura il Dio della vita. Nel dono di sé c’è il dono della vita buona. Il silenzio e il nascondimento di Nazareth nei primi trent’anni e la gratuità dell’acqua trasformata in vino a Cana sono i due ingredienti per rendere domestico il mondo. A noi il compito di esercitarci a riempire di significato profondo la nostra vita perché Dio la trasformi in vita vera, ricca d’amore.

Gesù, come tutti noi, ha ulteriormente approfondito la Prof. Marzia Ceschia, docente di teologia spirituale presso la Facoltà Teologica del Triveneto, ama attraverso la sua corporeità. Da come leggiamo nei racconti evangelici, vive delle “posture affettive” che anche noi siamo chiamati ad imitare se intendiamo addomesticare il mondo. Spesso ci capita di compiere il bene senza voler bene. Gesù invece ci mostra quello che ha nel cuore: la compassione del Padre per chi soffre o si trova nel bisogno. Prima compie un gesto carico di amore e poi lo spiega a tutti rivelando ciò che lo ha spinto ad agire per il bene delle persone, racconta l’amore che lo abita. Il corpo dice le parole che pronuncia e rivela un di più che ci abita dentro. Noi siamo più del nostro corpo, ma tutto ciò che raccontiamo avviene attraverso il corpo. Anche Gesù nei vangeli racconta l’amore del Padre attraverso la sua corporeità che talvolta diviene prossimità, tenerezza, compassione, guarigione, vulnerabilità. Come afferma Deus caritas est al n.13 anche noi: “veniamo coinvolti nella dinamica del corpo incarnato e nella sua donazione”.

Il contributo del prof. Massimiliano Padula docente di Scienze della comunicazione sociale presso la Pontificia Università Lateranense ha ulteriormente allargato la riflessione mettendo in evidenza le numerose caratteristiche del corpo. A partire dalle relazioni familiari, il corpo assume anche un carattere sociale e costituisce l’unica via per “attraversare” il mondo reale. Occorre quindi destrutturare le retoriche e le dicotomie tra corpo virtuale e reale. La famiglia è chiamata a comprendere i paradigmi della complessità per abitare il reale senza riduzionismi o semplificazioni.        

Un passo ulteriore è stato compiuto da don Andrea Ciucci della Pontificia Accademia per la vita che ha delineato la sfida che l’intelligenza artificiale pone oggi alla famiglia. Partendo da una realtà di disintermediazione in cui ognuno accede direttamente ad una infinità di conoscenze, il rischio infatti è quello di una chiusura, di un ritirarsi dal mondo riducendo notevolmente le relazioni. La famiglia, luogo di incontro tra generi e generazioni, può costituire l’ambiente adatto per compiere un salutare passaggio dall’autorità all’autorevolezza, custodendo l’originalità di ciascuno e riducendo il controllo affinché, come afferma Amoris laetitia (n.291) iniziamo a generare processi più che occupare spazi. Nel mare magnum delle informazioni prodotte dall’intelligenza artificiale, la Chiesa rimane baluardo di umanità offrendo esperienze di fraternità semplice e reale. Oggi sposarsi per amore è una scelta complicata, difficile e più fragile. Pertanto occorre un rinnovamento del linguaggio delle nostre parrocchie che tenga conto delle crescenti paure della relazione attraverso la corporeità, ma allo stesso tempo se ne evidenzi la grande risorsa di umanità che esse comportano. Urge dunque, secondo Ciucci, una nuova postura della Chiesa che proponga una narrativa nuova in grado di reggere le nuove sfide del mondo di oggi.

Una intera giornata è stata dedicata all’ascolto della voce dei giovani. Sono stati invitati al convegno una quarantina di giovani della Diocesi Modena-Nonatola che dopo aver raccontato le differenti modalità di riconoscere e vivere il mondo delle emozioni hanno scritto una lettera commovente alle famiglie presenti al convegno. Nella lettera essi hanno espresso tutto il loro apprezzamento per il clima di dialogo che si è creato al convegno. Si sono sentiti accolti, amati come in una grande famiglia. Hanno definito l’incontro con le famiglie una speranza con i capelli grigi. Ne è sorto un grande ringraziamento perché i giovani hanno visto nella vita delle famiglie un vangelo incarnato nella quotidianità che ha offerto loro una grande speranza per il futuro. Dialogando sul mondo delle relazioni è emerso che la famiglia può essere ancora il focolare dove si impara l’alfabeto dell’affettività, dell’intimità, delle relazioni e della fede: il linguaggio che parleremo per tutta la vita. Pur nella difficoltà nel dialogo, nel capirsi tra età diverse è ancora possibile condividere un vocabolario comune per esprimere cosa abbiamo nel cuore. Anche il corpo è stato visto da entrambi non soltanto nella sua fisicità, ma come un linguaggio profondo, uno specchio di ciò che c’è dentro. Sia i giovani che le famiglie sognano una Chiesa che sia davvero quell’ospedale da campo di cui spesso parlava papa Francesco, capace di curare le ferite del cuore senza chiedere prima il certificato di santità. La parola testimonianza, poi, è risuonata parecchio nel confronto dei tavoli di Verona, addirittura più di “famiglia”. I giovani quindi hanno chiesto alle famiglie il coraggio e l’impegno di essere testimoni dell’amore di Cristo partendo dalle mura domestiche. Testimoni, sì, ma anche maestri. I più giovani abbiamo bisogno di un “ascolto libero da pregiudizi”, un “ascolto che non dà soluzioni” preconfezionate e che sappia stare con noi nelle domande. Insegnateci la bellezza della fragilità attraverso lo story-telling delle vostre vite, con le loro fatiche e le loro rinascite. Non abbiate paura di “aprire le porte di casa” e di mostrarci che la fede riempie di senso i gesti di ogni giorno, persino quelli più umili.

L’ultima domanda che si sono poste le famiglie dopo aver ascoltato i giovani riguarda la comunità e come una comunità può diventare una comunità educante. Il Prof. Giuseppe Dardes formatore e fondatore della Cooperativa sociale l’aratro e la stella di Roma ha delineato le caratteristiche fondamentali che deve possedere una comunità per identificarsi come tale. Per Dardes un insieme di persone si può chiamare comunità quando vive una relazione stabile e duratura nella fiducia reciproca e perseguendo uno scopo comune. Inoltre come una casa deve affacciarsi al proprio esterno con le porte e le finestre che comunicano con il mondo e dalla quale entra ed esce l’aria che non è mai viziata. Essa si regge sul tempo che o componenti riescono a dedicarle: una volta a settimana vive al suo interno un momento piacevole e una volta al mese un momento di condivisione. Il suo nome comunitas proviene dallo scambio di dono e munus, cioè è sorretta da un dono e da un vincolo. La comunità è un esercizio permanente di alterità ed è consapevole che la fragilità dei suoi componenti non è un ostacolo al vivere comune, ma bensì una dote necessaria alla diversità. Nello stile di Emmaus essa appartiene ad una storia più grande in cui però tutte le piccole storie si connettono tra loro. Per natura non può essere un sistema chiuso per scongiurare ogni cortocircuito. Il suo pentagramma antropologico consiste in quattro note: la relazione, la parola, il corpo, le emozioni perché come afferma Levinas l’assoluto si gioca nella prossimità. In una comunità è indispensabile il prendersi cura reciproco perché, come afferma Luigina Mortari, la cura è la fabbrica dell’essere. La cura poi si esprime in quattro direzioni: l’interiorità, la persona, la comunità e il mondo. Il ruolo della famiglia è primariamente quello di trasformare la comunità in comunità educante sostenuta dalla forza del desiderio e sempre alle prese con il dolore e l’incertezza dell’oggi.

In conclusione il convegno ha inaugurato un metodo che via via intende assumere uno stile sempre più partecipato e sinodale. La condivisione nei tavoli tra vescovi, sacerdoti, consacrati e sposi e lo scambio tra la pastorale delle famiglie e quella dei giovani potranno costituire in futuro una condizione sine qua non per riflettere su come conoscere, vivere e condividere dinamiche comunitarie che consentano di “fare la Chiesa” nell’oggi, di addomesticare questo mondo al ritmo del vangelo.

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